Visualizzazione post con etichetta pazzia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta pazzia. Mostra tutti i post

martedì 13 marzo 2012

arte e follia

Richard Dadd (1817-1886), pittore inglese dell'Ottocento, trascorse molti anni in manicomio per aver ucciso il padre con un coltello a serramanico durante una pacifica passeggiata in campagna, perché lo aveva scambiato per un principe delle tenebre, nemico della sua divinità, il grande Osiris, alla quale aveva eretto come santuario la sua camera d'affitto a Londra. Dadd argomentava che il compito di difendere Osiris gli era stato suggerito dalla Sfinge, che gli aveva sussurrato alcune sillabe misteriose. E pensare che Dadd per tutta la vita ha disegnato fatine, folletti gnomi, elfi, un mondo strano fatto di piccole creature. Dadd diede i primi segni di malattia mentale durante un viaggio in Oriente, in Egitto, e si pensò allora a un'insolazione. Tornato in patria, prima di uccidere il padre, assaltò con intenti omicidi varie persone che a suo parere complottavano contro Osiris. Dadd passò in manicomio gli anni dal 1844 al 1886, dove morì settuagenario. Qui dipinse sempre, e la sua opera più famosa è “Il colpo da maestro dello spiritello”, in cui si vede un folletto che colpisce con un'ascia una nocciola: un'opera in formato piccolissimo portata a termine in nove anni.

(fonte: il ritratto della follia) (vedi anche popsubculture e blog lines and colors )

venerdì 9 settembre 2011

Tra genio e follia….ritratto di Camille Claudel

La_valse

Genio, passione, solitudine, miseria e follia nella vita della scultrice francese  Camille Claudel, allieva ed amante del grande Auguste Rodin, il cui valore personale e contributo all’arte del Maestro aspettano ancora di essere pienamente considerati.
Ha una natura profondamente personale, che attira per la grazia ma respinge per il temperamento selvaggio.
Lo scultore francese Rodin, uno dei maggiori artisti della sua epoca che, partito da suggestioni michelangiolesche, esaltandone il “non finito”, seppe dar vita a creazioni talvolta impressioniste talvolta simboliste di rara potenza, così si espresse su Camille Claudel, sua modella e musa, poi allieva, già dotata di grande talento,  infine artista originale, diventata scultrice per scolpire il suo amore per colui che  tutto le aveva insegnato e la cui lezione così bene aveva appreso (Le ho mostrato l’oro, ma l’oro che trova è tutto suo, Rodin).
Camille, nata a Fère-en-Tardenois l’8 dicembre del 1864, voleva diventare scultrice già dall’età di dodici anni, e fu proprio la costanza con cui si applicava alla modellatura che convinsero suo padre  a darle il permesso di studiare a Parigi, privatamente e presso l’Académie Colarossi, sotto la guida dello scultore Boucher.
A 18 anni  espose per la prima volta al Salon; subito dopo ci fu l’incontro con Rodin, che aveva ventitré anni più di lei.
Camille era  bellissima! Fronte superba e magnifici occhi azzurri, come annotò suo fratello Paul, il celebre poeta e diplomatico:
Un front superbe, surplombant des yeux magnifiques, de ce rare bleu si rare à rencontrer ailleurs que dans les romans.
Da subitò li legò una grande passione, ed anche una reciproca influenza (lui ritrasse lei e lei ritrasse lui) e grande collaborazione (fu Camille a modellare le mani e i piedi nelle figure della Porta dell’Inferno), ma Rodin  aveva un’altra donna, Rose Beuret, ed anche un figlio con lei, di due anni minore di Camille, e mai avrebbe rinunciato alla fedele compagna che gli perdonava  le numerose avventure. Per questo motivo tormentato fu il rapporto fra i due artisti, raccontato dallo scultore in decine e decine di disegni, ora conservati al Museo Rodin di Parigi, anche nei risvolti erotici, come del resto fece Camille nelle sue sculture, dando vita ad un kamasutra artistico ispirato al famoso poema indiano, rielaborato tra il IV e il V secolo a. C. dal poeta Kalidasa,  raccontato da Vyasa nel Mahabharata, poi tradotto magistralmente da Goethe, al quale s’’ispirarono pure Schubert nel Singspiel Sakuntala, nel 1820,  e Alfano nella Leggenda di Sakuntala, nel 1921, in cui è protagonista la leggiadra ninfa Sakuntala che cerca il suo sposo scomparso.
Dopo gli anni dell’intensa passione, artisticamente espressa con la scultura in bronzo La Valse, del 1891, in cui Camille scolpì una coppia che balla un valzer appassionatamente, dopo  una sua breve relazione col compositore Claude Debussy (incontrato nel salotto del poeta Mallarmé), che irritò Rodin ma non lo spinse ad abbandonare Rose, come avrebbe desiderato la giovane compagna, nel 1892 tra i due avvenne la rottura definitiva, avendo la donna tristemente compreso che mai sarebbe diventata la moglie di Rodin; allora  Camille intraprese un percorso personale di autoaffermazione.
Nascono in questi anni opere come  Clotho nel 1893, le varie versioni di la Petite Châtelaine, iniziato nel 1893 e poi ripreso nel 1895 e nel 1898, e nel 1907, l'Age mûr, il suo capolavoro.
Espressione artistica del distacco da Rodin, l'Age mûr, l'Età matura, è una scultura in cui è ritratta una giovane donna in ginocchio che protende le braccia verso un uomo più anziano che, voltato di spalle, si lascia portare via da una donna pure anziana; facilmente riconoscibili nell’uomo anziano e nella donna giovane Camille e Rodin, nella donna anziana forse  Rose o forse, più simbolicamente, la morte.
Nel 1897 realizzò  les Causeuses, tra il 1886 e il 1888  Sakuntala, l'imponente gruppo scultoreo  in bronzo ispirato al dramma indiano,  nel 1900  la Vague, testimonianza del profondo mutamento artistico avvenuto in Camille, avvicinatasi all’arte giapponese assimilata anche dall’Art Nouveau, utilizzando, nelle sue nuove raffinate creazioni, un materiale prezioso come l’onice.
Intanto si aggravavano i segni di un disordine mentale palesatosi già nel 1896: Camille cominciò a soffrire di manie di persecuzione e nel  processo di annientamento di se stessa arrivò anche a distruggere le sue opere.
Nel 1913 fu  fatta rinchiudere in un manicomio vicino Parigi dalla madre e dal fratello Paul. Successivamente trasferita nel manicomio a Montdevergues, vi morì il 19 ottobre del 1943,  in solitudine ed abbandono, aspettando invano la visita della sorella e della madre, alla quale aveva ripetutamente chiesto di essere riaccolta in casa:
Se tu mi concedessi soltanto la stanza della signora Régnier e la cucina, potresti chiudere il resto della casa. Non farei assolutamente nulla di riprovevole.Ho  sofferto troppo...
Nei trent’anni d’internamento non aveva mai più né disegnato né modellato.
Così, riassumendo l'amara vicenda della sua vita,  la ricordò suo fratello Paul:
Mia sorella Camille aveva una bellezza straordinaria, ed inoltre un'energia, un'immaginazione, una volontà del tutto eccezionali. E tutti questi doni superbi non sono serviti a nulla; dopo una vita estremamente dolorosa, è pervenuta a un fallimento completo.

Dal libro “Donne protagoniste” Edizioni Il Foglio, maggio 2004, di Francesca Santucci

camille claudel

3AM

lunedì 21 marzo 2011

Dalle camicie di forza all’assistenza territoriale

 


28286_1135882573677_1725747811_242900_5539596_nFino al 1971 l’unica risposta per le persone che soffrivano di disturbi psichici erano i manicomi, internavano circa 120000 persone , l’80% delle quali entrava con ricovero coatto.
Pochissimi riuscivano a sentirsi meglio e a uscirne in breve tempo, i più diventavano “cronici”, “irrecuperabili” e restavano internati a vita, il numero di degenti di quell ’anno era oltre il doppio delle capacità di posti letto.
I manicomi negavano ogni dignità e diritto alla persona che soffriva, allontanavano e nascondevano chi aveva bisogno di aiuto,portavano alla morte civile del malato di mente, nei manicomi non finivano solo coloro con disturbi mentali ma anche anziani, disabili, tossicodipendenti, orfani o semplicemente persone scomode alla famiglia.
Dopo più di 25 anni dalla legge 180 del 78 il dato fondamentale emerso è che dai circa 100000 internati, senza assistenza pubblica nel territorio, si è passati a 60000 che sono in contatto con i servizi territoriali senza più manicomi. La legge 180 di Franco Basaglia sancisce la chiusura dei manicomi e l’assistenza territoriale per i malati di mente, si festeggia inoltre la fine delle camicie di forza,erano fatte di stoffa con legacci, utilizzate per decenni nei manicomi come mezzo di repressione, oggi reperto di museo.
Basaglia affermava che la miseria induce la sofferenza mentale, la miseria materiale ma anche spirituale ed esistenziale e aspirava ad un’organizzazione sanitaria con una rete di servizi preventivi.
La pratica dell’internamento è scomparsa solo in Italia e in altri pochi paesi, tutti gli altri, pur avendo ridotto i posti in O.P. e aumentato la risposta territoriale, continuano ad internare i casi più gravi. La presunta pericolosità del malato di mente ha sostenuto sempre l’ospedale psichiatrico separando pericolosità e malattia e la custodia dalla cura, bisogna però riflettere sul fatto che la persona che arriva all’ O.P. ha sopportato risposte mancate sia psichiatriche che assistenziali ed è questo il motivo della ormai grave patologia. Se non si pone attenzione a tutto ciò le camicie di forza rischiano di tornare con i meccanismi di esclusione sociale, con la contenzione nei luoghi ospedalieri e residenziali e con prolungati ricoveri coatti. Oggi nel caso di una persona pericolosa è applicabile il T.S.O., anche qui però bisogna porre la massima attenzione al rispetto della persona, della sua dignità e libertà, caso a parte sono gli ospedali psichiatrici giudiziari, perché al cittadino con un disturbo mentale non deve essere riconosciuto il fatto che ha commesso un reato e deve essere processato come gli altri cittadini?. Tutte le proposte di legge a riguardo sono fallite, gli unici passi avanti si devono a due sentenze della Corte Costituzionale : ” l’ingresso in O.P.G. deve essere motivato dalla pericolosità sociale attuale e se questa viene a scemare la misura di sicurezza deve essere interrotta, inoltre il tutto deve essere svolto in collaborazione ai servizi territoriali “.

Dott.ssa Concetta Riccio – Assistente sociale specialista