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giovedì 9 ottobre 2014
domenica 19 gennaio 2014
d: poesia
Eppure, anche se ciascuno anela oltre se stesso,
come da una prigione che lo trattiene e l’odia –
accade una gran miracolo nel mondo.
La sento: tutta la vita è vissuta.
Ma chi la vive? Sono le cose,
che, quasi mai udita melodia,
come dentro ad un’arpa stanno nella sera?
Sono i venti che spirano dalle acque,
i rami che fan cenno l’uno all’altro,
son forse i fiori che intessono profumi,
e i lunghi viali che diventa vecchi?
Sono i caldi animali che camminano,
gli uccelli che si levano curiosi?
Ma chi la vive? Dio, la vivi tu, – la vita?
Poesia tratta dal volume “Rainer Maria Rilke, Il libro d’ore”, traduzione di Nicoletta Da crema, Marcos y Marcos 1992
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lunedì 18 novembre 2013
Addio a Doris Lessing una femminista al naturale senza etichetta
"In poche parole, avevo cominciato a colorare la mappa del mondo con le tinte e i colori della letteratura. Questo produce due effetti (almeno). Uno è quello di perfezionare la conoscenza che si ha dei propri simili, gli essere umani. L’altro è quello di farti conoscere società, paesi, classi sociali, modi di vivere." Doris Lessing, Sotto la pelle. La mia autobiografia, 2007
Doris May Tayler nacque nel 1919 in Persia (l’attuale Iran) da genitori britannici che il conflitto fece emigrare nell’area mesopotamica. Fu per loro un momento doloroso, una ferita che rimase sempre aperta. Emigrarono in seguito nella Rhodesia meridionale per fondare un’impresa agricola destinata al fallimento. La Lessing così scrive nell’autobiografia:
"Mia madre era sempre triste e la sua esistenza mi appare malinconica, mio padre con gli anni divenne un sognatore ormai privo di ambizioni che faceva impazzire dalla frustrazione quella povera donna di sua moglie. E fu così che approdarono, ambedue malati, nella grande casa di pietra persiana e in seguito in Africa. Mi sono accorta in seguito che tutti siamo un prodotto della guerra, deformati e distorti dalla guerra, eppure sembra che ce ne dimentichiamo".
La scrittrice si è spenta a Londra nelle prime ore di domenica 17 novembre 2013. Mezzo secolo fa il suo Taccuino d'oro (The Golden Notebook,1962 ) documento e testimonianza del clima intellettuale e morale dell'Inghilterra della metà del Novecento, racconta la storia di Anna Wulf, una donna piuttosto selvatica che scrive più diari in contemporanea (quello nero per l’opera letteraria, quello rosso per l’attività politica, quello blu per la ricerca della verità attraverso la psicanalisi, quello giallo per la vita privata e l’ultimo, d’oro, per l’impossibile sintesi di tutto quanto), " è una donna che voleva vivere come un uomo", ma giudicava superato «il femminismo di una volta, quando le donne non avevano neppure il diritto di voto», mentre lamentava il fatto che "molte donne al potere assumono atteggiamenti molto maschili". "Una femminista naturale, senza etichetta"come dice Inge Feltrinelli. Nell'ottobre 2007 riceve il Premio Nobel per la Letteratura con questa motivazione: "Questa cantrice dell'esperienza femminile, con scetticismo, passione e potere visionario ha messo sotto esame una civiltà divisa".
"È dai falliti e dagli sconfitti di una civiltà che se ne possono meglio giudicare le debolezze". frase anonima con cui si apre il suo primo romanzo "L’Erba canta" (1949) contro la segregazione razziale in Rhodesia , dove ha vissuto per anni.
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sabato 24 agosto 2013
Il secolo di Boris Pahor - Solo un sopravvissuto può passare le sue giornate meditando immagini e pensieri d’amore
"Lungo la strada solitaria, un po’ in salita verso il fitto bosco di abeti, crescevano dei meli. Solo di tanto in tanto si udiva il cigolio di un carro, altrimenti nulla. Soltanto il silenzio del sole e dell’erba, e l’indifferente maturare dei frutti semiverdi. Fra l’erba l’inebriante raschiare delle cicale, instancabile e monotono, quasi esprimesse il perenne e impercettibile germogliare della terra, buona e immensa.
Forse è meglio che non ci sia, si disse. L’amicizia con la natura è essenzialmente diversa da quella che si instaurerebbe se lei fosse qui. Perché la natura, come tutte le madri, è gelosa; e si comporta in maniera del tutto diversa con il proprio figlio, se non è presente colei che si è impossessata del suo corpo di giovane maschio. Tanto più se questo figlio era destinato a morire ed è tornato miracolosamente a giacere nel suo grembo. Tutta la crescita delle viti e dei meli è per lui. Tutto il calore del terreno fertile è per le sue membra che hanno dormito con la morte scheletrica. Tutta la linfa degli steli entra in lui. Tutto lo zucchero scorre dai grappoli dorati e violetti nelle sue vene. In particolare, è tutto per lui l’infinito e incontaminato silenzio, dove poter raccogliere i propri pensieri infranti. E il sole. Il sole adesso è il meglio. È morbido e caldo. Caldo tutt’attorno e caldo su ogni singolo centimetro quadrato di pelle. E da ogni cellula evapora un freddo nascosto e insidioso. Da ogni citoplasma e da ogni nucleo fuoriesce l’alito del nulla. Sotto i raggi del sole nascono nuove unioni e trasformazioni, come la clorofilla nella fotosintesi. Il sole. Buono come il pane. Necessario come l’acqua. Bisogna inspirarlo, lentamente e profondamente, perché penetri ovunque e si diffonda in tutte le direzioni. Così. E così. L’uomo potrebbe vivere sempre con la natura, in modo saggio e ragionevole, certo, dovrebbe usare le proprie scoperte solo al fine di tramutare i deserti in oasi. A beneficio dell’uomo. Perché non ha senso avere il sole, se poi ti danno il crematorio. Non ha senso scoprire i sulfamidici, per poi dare alla gente Hiroshima. Nessun senso. Eppure ci hanno dato Goethe, Mozart, Beethoven, dopodichè hanno rilegato i libri con pelle umana e concimato i vasi di fiori con ceneri umane. La natura non fa queste cose. La natura non è così crudele verso l’uomo. Segue semplicemente le leggi che la guidano. E tuttavia l’uomo è diventato tale solo nel momento in cui si è separato con il pensiero dalla natura, anche se non ha smesso – né smetterà mai – di esserne parte. Perciò deve mostrarsi solidale con tutti gli esseri che, come lui, si sono innalzati al di sopra della natura e hanno cominciato a costruire il loro mondo su di essa e accanto a essa. Per lui questa è legge. La prima legge. La legge di tutte le leggi. Nessuno ha il diritto di alzare la mano su un altro uomo. Nessuna scusa può giustificare un tale peccato, né la coscienza della propria forza e singolarità, né il benessere della maggioranza, né la preparazione di un bel futuro. Non è possibile tenere in considerazione la comunità e uccidere il singolo. Non è possibile. Bisogna rispettare l’uomo. A ogni costo. Ecco. Questa è l’unica legge. L’alfa e l’omega di tutto". Una primavera difficile di Boris Pahor © Zandonai Editore
Boris Pahor ( Trieste il 28 agosto 1913) il maggiore scrittore sloveno di cittadinanza italiana, nato 100 anni fa a Trieste, testimone coraggioso dei crimini perpetrati dal fascismo e voce vibrante di una minoranza linguistica perseguitata, durante la seconda guerra mondiale. Laureato in Lettere nell’Università di Padova, ha insegnato lettere italiane e slovene nella città giuliana. Durante la seconda guerra mondiale ha collaborato con la resistenza antifascista slovena ed è stato deportato nei campi di concentramento nazisti, esperienza che lo ha segnato fortemente e di cui si trova traccia in gran parte della sua ricchissima produzione letteraria, a cominciare da “Necropoli” . I suoi libri, scritti in sloveno, sono stati tradotti in francese, inglese, tedesco, spagnolo e perfino in esperanto. Lo scrittore festeggia un secolo il 26 agosto e si racconta nell'autobiografia "Così ho vissuto. Il secolo di Boris Pahor"per la collana Overlook di Bompiani a cura di Tatjana Rojc , un racconto etico e vivo, denso di avvenimenti e aneddoti . Non si tratta solo di una autobiografia ma anche di una storia di Trieste, storia in cui si specchia la storia del novecento europeo, l'8 settembre è atteso al Festivaletteratura di Mantova.
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lunedì 13 maggio 2013
PERCHE' - Lucrezia De Domizio Durini
"Arte del Terzo Millennio ha necessità di un cambiamento di rotta a 360°.La conoscenza profonda di una specifica disciplina traslata nella creatività artistica è il solo linguaggio concreto e possibile dell’arte del Terzo Millennio. L’artista oggi deve essere a servizio della società."Lucrezia De Domizio Durini
Lucrezia De Domizio Durini collezionista e curatrice, filantropa e Presidente della Free International University italiana, membro onorario della Kunsthaus di Zurigo, Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana dal 2001.
"Perché Le sfide di una donna oltre l’arte" Mondadori Electa 2013, è un racconto autobiografico , racconta "i perché” di una figura che ha seguito quarant’anni dell'arte internazionale del '900 e non solo, vedendo nascere e appoggiando Transavanguardia, Arte Povera e Concettuale. Con precisione storica sono ricostruiti episodi importanti per comprendere anche il momento che stiamo attraversando e avere gli strumenti per combattere e superare le difficoltà che condizionano le nostre possibilità di crescita.
"Attraverso un’arte che tocca e risveglia concretamente i valori di tutti gli uomini della terra, ho trovato la mia giusta strada, ed è stato facile liberarmi dal conformismo. Ho vissuto una vita intensa nell’arte, un impegno che non si rappresenta solo nello specifico, ma ha sempre tentato una risposta alle esigenze morali ."Lucrezia De Domizio Durini
"Perché Le sfide di una donna oltre l’arte"
Lunedì 13 maggio 2013
Libreria Mondadori Multicenter Piazza Duomo Milano
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sabato 9 febbraio 2013
Fëdor Michajlovič Dostoevskij - Da un essere umano, che cosa ci si può attendere?
Fëdor Michajlovič Dostoevskij - (Mosca, 11 novembre 1821 – San Pietroburgo, 9 febbraio 1881) è stato uno scrittore e filosofo russo, uno dei più grandi romanzieri russi dell'Ottocento e di ogni tempo.
A lui è intitolato il cratere Dostoevskij sulla superficie di Mercurio.
«Da un essere umano, che cosa ci si può attendere? Lo si colmi di tutti i beni del mondo, lo si sprofondi fino alla radice dei capelli nella felicità, e anche oltre, fin sopra la testa, sì che alla superficie della felicità non salga che qualche bollicina, come sul pelo dell'acqua - gli si diano la tranquillità e di che vivere, al segno che non gli rimanga proprio nient'altro da fare se non dormire, divorare pasticcini e pensare alla sopravvivenza dell'umanità; ebbene, in questo stesso istante, proprio lo stesso essere umano che avete reso felice, da quel bel tipo che è, e unicamente per ingratitudine, e per insultare, vi giocherà un brutto tiro. Egli metterà in gioco persino i pasticcini, e si augurerà la più nociva assurdità, la più dispendiosa sciocchezza, soltanto per aggiungere a questa positiva razionalità un proprio funesto e capriccioso elemento. Egli vorrà conservare le sue stravaganti idee, la sua banale stupidità...» (Memorie dal sottosuolo)
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domenica 9 dicembre 2012
Ci sono io e ci siete voi
Juan Mirò, Figura umana
Ci sono io e ci siete voi
"Mi si può opporre:
«Ma come mai non ti venne in mente, povero Moscarda, che a tutti gli altri avveniva come a te, di non vedersi vivere; e che se tu non eri per gli altri quale finora t'eri creduto, allo stesso modo gli altri potevano non essere quali tu li vedevi?»
Rispondo:
Mi venne in mente. Ma scusate, è proprio vero che sia venuto in mente anche a voi?
Ho voluto supporlo, ma non ci credo. Io credo anzi che se in realtà un tal pensiero vi venisse in mente e vi si radicasse come si radicò in me, ciascuno di voi commetterebbe le stesse pazzie che commisi io.
Siate sinceri: a voi non è mai passato per il capo di volervi veder vivere. Attendete a vivere per voi, e fate bene, senza darvi pensiero di ciò che intanto possiate essere per gli altri; non già perché dell'altrui giudizio non v'importi nulla, ché anzi ve ne importa moltissimo; ma perché siete nella beata illusione che gli altri, da fuori, vi debbano rappresentare in sé come voi a voi stessi vi rappresentate.
Che se poi qualcuno vi fa notare che il naso vi pende un pochino verso destra... no? che jeri avete detto una bugia... nemmeno? piccola piccola, via, senza conseguenze... Insomma, se qualche volta appena appena avvertite di non essere per gli altri quello stesso che per voi; che fate? (Siate sinceri). Nulla fate, o ben poco. Ritenete al piú al piú, con bella e intera sicurezza di voi stessi, che gli altri vi hanno mal compreso, mal giudicato; e basta. Se vi preme, cercherete magari di raddrizzare quel giudizio, dando schiarimenti, spiegazioni; se non vi preme, lascerete correre, scrollerete le spalle esclamando: "Oh infine, ho la mia coscienza e mi basta."
Non è cosí?
Signori miei, scusate. Poiché vi è venuta in bocca una cosí grossa parola, permettete ch'io vi faccia entrare in mente un magro magro pensiero. Questo: che la vostra coscienza, qua, non ci ha che vedere. Non vi dirò che non val nulla, se per voi è proprio tutto; dirò, per farvi piacere, che allo stesso modo ho anch'io la mia e so che non val nulla. Sapete perché? Perché so che c'è anche la vostra. Ma sí. Tanto diversa dalla mia.
Scusatemi se parlo un momento a modo dei filosofi. Ma è forse la coscienza qualcosa d'assoluto che possa bastare a se stessa? Se fossimo soli, forse sí. Ma allora, belli miei, non ci sarebbe coscienza. Purtroppo, ci sono io, e ci siete voi. Purtroppo.
E che vuol dunque dire che avete la vostra coscienza e che vi basta? Che gli altri possono pensare di voi e giudicarvi come piace a loro, cioè ingiustamente, ché voi siete intanto sicuro e confortato di non aver fatto male?
Oh di grazia, e se non sono gli altri, chi ve la dà codesta sicurezza? codesto conforto chi ve lo dà?
Voi stesso? E come?
Ah, io lo so, come: ostinandovi a credere che se gli altri fossero stati al vostro posto e fosse loro capitato il vostro stesso caso, tutti avrebbero agito come voi, né piú né meno.
Bravo! Ma su che lo affermate?
Eh, so anche questo: su certi principii astratti e generali, in cui, astrattamente e generalmente, vuol dire fuori dei casi concreti e particolari della vita, si può essere tutti d'accordo (costa poco).
Ma come va che tutti intanto vi condannano o non vi approvano o anche vi deridono? é chiaro che non sanno riconoscere, come voi, quei principii generali nel caso particolare che v'è capitato, e se stessi nell'azione che avete commessa.
O a che vi basta dunque la coscienza? A sentirvi solo? No, perdio. La solitudine vi spaventa. E che fate allora? V'immaginate tante teste. Tutte come la vostra. Tante teste che sono anzi la vostra stessa. Le quali a un dato cenno, tirate da voi come per un filo invisibile, vi dicono sí e no, e no e sí; come volete voi. E questo vi conforta e vi fa sicuri. Andate là che è un giuoco magnifico, codesto della vostra coscienza che vi basta."
Luigi Pirandello, Uno, nessuno centomila
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mercoledì 3 ottobre 2012
Auguri a Raffaele La Capria
"Molte voci ha il mare, molte voci e molti Dei" (T. S. Elliot). Sin dal tempo in cui da ragazzo scoprii il mondo sottomarino e mi sembrò di penetrarne più a fondo il mistero, il mare mi parlò con le sue molte voci, attraverso immagini fisiche che producevano immediatamente immagini mentali. Sott' acqua i pensieri sono vaghi e fluttuanti e seguono il moto ondulante delle pinne. Lo sguardo non lega i pensieri a cose conosciute perché sott' acqua le forme marine sono diverse da quelle terrene e in perpetua metamorfosi, anche i pensieri perciò sono più liberi e lontani da quelli terreni. Quando il mare era ancora un Eden e trafiggere un pesce era cosa naturale e non era un peccato; quando in quel mare nuotavo come un dio che dà la morte armato di folgore - e folgorante era il fucile d' alluminio che reggevo nella mano colpito dai raggi del sole - mi capitava spesso di incontrare un «pesce intelligente», un pesce di notevoli dimensioni e se si avvicinava e ti veniva a tiro era sempre un' emozione che faceva battere il cuore. L' ho chiamato un «pesce intelligente» perché sembrava conoscere a perfezione la portata del mio fucile. Sarebbe bastato accorciare di pochi centimetri o anche di un solo centimetro la distanza che ci separava, per trafiggerlo con l' asta, e io mi sforzavo nuotando di accorciarla. Ma era fatica sprecata. A volte questo tentativo di avvicinamento durava a lungo, anche perché avevo sempre l' illusione di farcela, bastava un niente. E invece quel pesce intelligente sembrava prendersi gioco di me, perché nuotava tranquillo davanti a me senza l' allarme dell' animale inseguito, e mi agitava, per così dire, la coda sotto il naso. A volte si fermava per un istante a brucare l' alga di uno scoglio, ecco ci siamo! Ma la sosta era breve e la distanza era sempre quella. Dopo un' ora di questo inseguimento ostinato in cui mi sembrava di essere io la preda e il pesce intelligente il predatore, troppo affannato per proseguire la caccia, ci rinunciavo. Questa del pesce intelligente era una delle immagini fisiche che presto si trasformò nell' immagine mentale del desiderio vanamente inseguito di cui spesso feci esperienza nella mia adolescenza. Quante volte inseguii qualcosa, non solo una ragazza, una qualsiasi cosa che mi stava a cuore, con la stessa ostinazione e lo stesso risultato! E anche più tardi, quando da scrittore inseguivo un' idea quante volte quest' idea si comportò come il pesce intelligente! E quante volte sentii incombere sopra ogni riga che scrivevo l' ombra e la tentazione del fallimento! E ora se penso a Dio ancora mi viene in mente il pesce intelligente e il mio vano affannarmi. Allora, in quei giorni, quando me ne andavo con la barca in mezzo al mare appariva spesso a prua una macchiolina bianca, una farfalla che batteva le ali sfarfallando nell' azzurro immenso. Dove va la sventata? Non si accorge che l' azzurro è sconfinato e quando non ce la farà più a sfarfallare il mare la inghiottirà? Perché va sempre al largo, nell' aer perso dove si perderà, e non verso riva dove si salverà? Dicono i marinai che quella farfalla che appare in mezzo al mare è l' anima d' una persona amata che viene a trovarci e ci indica la strada per raggiungerla. Un' «animula vàgula e blandula» che candida e tremula già m' accompagna per un tratto e mi fa pensare ad un altrove oltre l' azzurro illimitato. Così l' immagine di quella farfalla si trasformava nella corrispondente immagine mentale; così la macchiolina bianca col suo folle volo mi consegnava alla metafisica azzurrità e al suo insistente richiamo; e così la barca che mi trasportava diventava un fuscello, una pagliuzza nella grande corrente universale che va dove tutto tende. Capitava anche - e questa è un' altra immagine - quando il mare era agitato e io nuotavo a caccia di pesci ai bordi di una scogliera semisommersa, che le onde mi spingessero con forza contro gli scogli. Se resistevo alla spinta dell' onda inevitabilmente finivo contro le punte aguzze affioranti, mi ferivo e sanguinavo. Meglio rischiare affidandosi al moto dell' onda in un totale abbandono come un sughero galleggiante lieve in superficie, così l' onda mi portava a pochi centimetri dagli scogli, li sfioravo nella schiuma vorticosa, senza però toccarli, e solo per un pelo non mi ferivo. La stessa onda ritirandosi mi afferrava e mi risucchiava portandomi lontano dalla scogliera. Così capii che affidarsi alla vita rischiando era meglio che resisterle, purché nell' affidarmi fossi rimasto sempre cosciente della situazione in cui mi trovavo. Questo mi suggeriva la voce del mare che ancora oggi da lontano mi raggiunge."
Raffaele La Capria
(Inseguendo la Voce del Mare)
Oggi, 3 ottobre 2012, Raffaele La Capria, nato a Napoli nel 1922 festeggia i suoi 90 anni , scrittore e sceneggiatore italiano.Dopo essersi laureato in giurisprudenza a Napoli nel 1950 ed aver soggiornato in Francia, Inghilterra e Stati Uniti, ha vissuto a Roma. Collabora alle pagine culturali del Corriere della Sera, è condirettore della rivista letteraria Nuovi Argomenti ed autore di radiodrammi per la Rai. Nel 1957 ha frequentato a Harvard l'International Seminar of Literature. È stato anche co-sceneggiatore di molti film di Francesco Rosi, tra i quali Le mani sulla città (1963) e Uomini contro (1970) e ha collaborato con Lina Wertmüller alla sceneggiatua del film Ferdinando e Carolina.
Nel settembre del 2001 ha ricevuto il Premio Campiello alla carriera e nel 2002 gli viene assegnato il Premio Chiara, sempre alla carriera. Nel 2011 gli è stato assegnato il premio Alabarda d'oro alla carriera per la letteratura.
Più recentemente, ha collaborato per la Giulio Perrone Editore.
È sposato con l'attrice Ilaria Occhini.
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giovedì 28 giugno 2012
Luigi Pirandello e Antonietta

"In me son quasi due persone: Tu già ne conosci una; l'altra, neppure la conosco bene io stesso. Soglio dire, ch'io conto d'un gran me e di un piccolo me: questi due signori sono quasi sempre in guerra tra di loro: l'uno è spesso all'altro sommamente antipatico. Il primo è taciturno e assorto continuamente (...), il secondo parla facilmente, scherza e non è alieno dal ridere e dal far ridere. (...) Io sono perpetuamente diviso tra queste due persone. Ora impera l'una, ora l'altra. Io tengo naturalmente moltissimo di più alla prima, voglio dire al mio gran me; mi adatto e compatisco la seconda, che è in fondo un essere come tutti gli altri, coi suoi pregi comuni e coi comuni difetti. Quale dei due amerai di più, Antonietta mia? In questo consisterà in gran parte il segreto della nostra felicità".
Brano tratto da una lettera di Pirandello del 1894 alla sua futura moglie Antonietta Portulano.
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mercoledì 18 gennaio 2012
Imagination

"Se tracci col gesso una riga sul pavimento, è altrettanto difficile camminarci sopra che avanzare sulla più sottile delle funi. Eppure chiunque ci riesce tranquillamente perché non è pericoloso.
Se fai finta che la fune non è altro che un disegno fatto col gesso e l'aria intorno è il pavimento, riesci a procedere sicuro su tutte le funi. Ciò che conta è tutto dentro di noi; fuori nessuno può aiutarci. Non essere in guerra con te stesso: così... tutto diventa possibile, non solo camminare su una fune, ma anche volare."
Hermann Hesse
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martedì 17 gennaio 2012
Storie di un vagabondo
"Due persone possono andare d’accordissimo, parlare di tutto ed essere vicine.
Ma le loro anime sono come fiori, ciascuno ha la sua radice in un determinato posto e nessuno può avvicinarsi troppo all’altro senza abbandonare la sua radice,
cosa peraltro impossibile. I fiori effondano il loro profumo e spargono il loro seme perché vorrebbero avvicinarsi, ma il fiore non può fare niente
perché il seme giunga nel posto giusto;
tocca al vento che va e viene come vuole."
Herman Hesse, da “Knulp, storie di un vagabondo"

Knulp è un vagabondo speciale, che attraversa la vita come un signore, cura il suo aspetto e i suoi abiti nei limiti del possibile; le ragazze sono attirate dai suoi modi distinti e dalla sua allegria, non gli mancano gli amici sparsi dappertutto. Nasconde a tutti la fatica e la malattia; non si lega a nessun luogo e a nessuna persona. Dovunque arrivi, poco dopo riparte. Libero e solo.
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sabato 14 gennaio 2012
Maurilia

A Maurilia, il viaggiatore è invitato a vistiare la città e nello stesso tempo a osservare certe vecchie cartoline illustrate che la rappresentano com’era prima: la stessa identica piazza con una gallina al posto della stazione degli autobus, il chiosco della musica al posto del cavalcavia, due signorine col parasole bianco al posto della fabbrica di esplosivi. Per non deludere gli abitanti occorre che il viaggiatore lodi la città delle cartoline e la preferisca a quella presente, avendo però cura di contenere il suo rammarico per il cambiamento entro regole precise: riconoscendo che la magnificenza e prosperità di Maurilia diventata metropoli, se confrontata con la vecchia Maurilia provinciale, non ripagano d’una certa grazia perduta, la quale può tuttavia essere goduta soltanto adesso nelle vecchie cartoline, mentre prima, con la Maurilia provinciale sotto gli occhi, di grazioso non ci si vedeva proprio nulla, e men che meno ce lo si vedrebbe oggi, se Maurilia fosse rimasta tale e quale, e che comunque la metropoli ha questa attrattiva in più, che attraverso ciò che è diventata si può ripensare con nostalgia a quel che era.
Guardatevi dal dir loro che talvolta dittà diverse si succedono sopra lo stesso suolo e sotto lo stesso nome, nascono e muoiono senza essersi conosciute, incomunicabili tra loro. Alle volte anche i nomi degli abitanti restano uguali, e l’accento delle voci e perfino i lineamenti delle facce; ma gli dèi che abitano sotto i nomi e sopra i luoghi se ne sono andati senza dir nulla e al loro posto si sono annidati dèi estranei. E’ vano chiedersi se essi sono migliori o peggiori degli antichi, dato che non esiste tra loro alcun rapporto, così come le vecchie cartoline rappresentano Maurilia com’era, ma un’altra città che per caso si chiamava Maurilia come questa."
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mercoledì 23 novembre 2011
Il pianeta morto-Stanislaw Lem
60esimo anniversario della sua prima pubblicazione: il 23 novembre 1951, infatti, l'ex-medico di Leopoli (oggi in Ucraina) diede alle stampe il romanzo "Il pianeta morto" (Astronauci).

Stanislaw Lem (Leopoli, 12 dicembre 1921 – Cracovia, 27 marzo 2006) è stato uno scrittore, medico e filosofo polacco. Lem è probabilmente il più importante autore contemporaneo di fantascienza non angloamericana; le sue opere sono state tradotte in più di trenta lingue ed hanno venduto oltre trenta milioni di copie nel mondo. È considerato uno dei maggiori scrittori polacchi. Uno dei suoi romanzi più celebri è Solaris (1961). Nel 1972 il regista sovietico Andrej Tarkovskij ne ha tratto un film omonimo di grande successo, che lo ha reso popolare al di fuori della sua patria.
le illustrazioni sono ispirate a La Cyberiade di Daniel Mròz.

Trama
"L’umanità alle soglie del XXI secolo, dopo secoli che hanno visto guerre e lotte sanguinose per la supremazia sul proprio simile, raggiunge un equilibrio mondiale con l’eliminazione di ogni forma di capitalismo e l’avvento di un ordinamento comunista in una pacifica coesistenza di tutti gli uomini, ora impegnati unicamente al miglioramento di se stessi.
Proprio quando la guerra era un concetto ormai dimenticato, in seguito ad un terremoto vengono rinvenuti a Tunguska i resti di un'astronave aliena, proveniente da Venere e precipitata sulla Terra nel 1908; la traduzione parziale di un documento, parte del ritrovamento, rivela l’intenzione di una civiltà extraterrestre di invadere, a scopo di conquista, la Terra.
Il progresso tecnologico, catalizzato dal nuovo ordinamento sociale ed economico, permette all’uomo di sfruttare le forze della natura per fini etici, e l’esplorazione spaziale diventa una realtà, ma al tempo stesso vi è la certezza di avere i mezzi necessari per poter annientare la razza ostile. Tuttavia, la prova che esistono forme di vita in altri mondi, rende indispensabile il tentativo di costruire una coesistenza pacifica; una nave, il Kosmokrator, parte dalla Terra per raggiungere Venere e stabilire un contatto. L’equipaggio di scienziati troverà i resti di una civiltà superiore che, prima di poter attuare il proprio piano di conquista, si è autodistrutta in una guerra per la supremazia di singoli partiti, lasciando quindi un pianeta morto."
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mercoledì 16 novembre 2011
Ho paura torero-Pedro Lemebel

"Come scorrere una garza sul passato, una tenda bruciacchiata che sventola alla finestra aperta di quella casa nella primavera dell’86. Un anno marchiato a fuoco dai copertoni fumanti per le strade di Santiago, schiacciata dal pattugliamento. Una Santiago che si svegliava al suono delle pentole sbattute nei cortei, ai lampi dei black out, per i cavi elettrici scoperti, esposti alle catene, alle scintille. Poi il buio pesto, le luci di un camion blindato, i fermo lì *******, gli spari e le corse a perdifiato, come nacchere di metallo che frantumavano le notti di feltro.
Quelle notti funeree, trafitte dalle grida, dall’incessante “Cadrà”, e da tanti, tanti comunicati dell’ultimo minuto, sussurrati dall’onda sonora del “Diario de Cooperativa”.
Poi c’era la casetta macilenta, un angolo di tre piani con una scala vertebrale che portava in soffitta. Da lì si poteva vedere la città in penombra, coronata da un velo torbido di polvere. Era una piccionaia, una ringhiera per stendere le lenzuola, le tovaglie e le mutande inalberate dalle mani marimbe della Fata dell’angolo. Nelle sue mattine di finestre spalancate, cantava “Ho paura torero, ho paura che stasera il tuo sorriso svanisca”.
Tutto il quartiere sapeva che il nuovo vicino era così, una novellina dell’isolato un po’ troppo fissata con quella costruzione in rovina. Una mammoletta dalle sopracciglia increspate che venne a chiedere se per caso affittavano quel rudere terremotato all’angolo.
Quel siparietto tenuto in piedi soltanto dall’arrivismo urbano di tempi migliori. Chiusa da tanti anni, così piena di sorci, fantasmi e scarafaggi che la fata fece sloggiare implacabile, con il piumino in una mano e la scopa nell’altra, spazzando ragnatele con la sua energia da checca, intonando in falsetto Lucho Gatica, tossendo “Besame mucho” nelle nuvole di polvere e ciarpame che accumulava sul bordo del marciapiede.
Gli manca solo il fidanzato, bisbigliavano le vecchie delle case di fronte, seguendo i suoi movimenti da colibrì alla finestra. Però è simpatico, dicevano, ascoltando le sue canzoni fuori moda, seguendo con la testa il tempo di quelle melodie del passato che svegliavano tutto il vicinato. Quella musica chiassosa che la mattina tirava giù dal letto i mariti nottambuli, i figli scioperati che si arrotolavano nelle lenzuola, gli studenti pigri che non volevano andare a scuola. Il grido di “Alleluia” intonato da Cecilia, una cantante in voga, era una sveglia, un canto di galli all’alba, un fragore musicale che la fata alzava al massimo volume. Come se avesse voluto condividere con il mondo intero il testo grossolano che strappava dal sonno i vicini con quel “E... tu mi prendeeraiii per maaanooo”.
Così la Fata dell’angolo, in men che non si dica, entrò a far parte della fauna sociale di quella Santiago di mezza tacca che si spulciava tra la disoccupazione e il quarto di zucchero preso a credito all’emporio. Una bottega di quartiere, epicentro delle chiacchiere e dei commenti sulla situazione politica del paese. Gli effetti dell’ultima protesta, le dichiarazioni dell’opposizione, le minacce del Dittatore, le elezioni di settembre. Che ora sì, che non ce n’è, che l’86 è l’anno. Che tutti al parco, al cimitero, con sale e limone per resistere ai lacrimogeni, e tanti, tanti comunicati strillati dalla radio permanente. "
Ho paura torero ( Pedro Lemebel)

Pedro Lemebel è nato a Santiago negli anni Cinquanta, povero "in casa mia non c'era nemmeno un libro, e se entrava un giornale, era avvolto intorno alla carne: carta macchiata di sangue" e maricón "non è che da piccolo mi piacesse giocare con le bambole: io volevo essere la bambola".
Nel 1987, fonda, insieme a Francisco Casas, il Collettivo artistico "Yeguas del Apocalipsis".
Tra il 1987 e il 1995, "Yeguas del Apocalipsis" realizza almeno quindici, memorabili, eventi pubblici, mescolando performance provocatorie, trasformismo, fotografia, video e installazioni, per rivendicare il diritto alla vita, alla memoria, alla libertà sessuale.
Personaggio amatissimo dalla comunità omosessuale e dalla sinistra cilena, Lemebel porta alla luce il Cile sommerso con le sue cronache urbane, pubblicate sui giornali dell'opposizione, come «Pagina Abierta», «The
Clinic», oppure trasmesse quotidianamente da Radio Tierra. Raccolte progressivamente in volume (La Esquina es mi Corazón, Loco Afán: Crónicas de Sidario, De perlas y Cicatrices, Zanjon de la Aguada) le sue testimonianze figurano sempre nelle classifiche dei libri più venduti, e sono più piratate di Harry Potter. Il suo primo romanzo, Ho paura torero, è stato il libro più venduto in Cile nel 2001.
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venerdì 21 ottobre 2011
Raissa
"Anche a Raissa, città triste, corre un filo invisibile che allaccia un essere vivente a un altro per un attimo e si disfa, poi torna a tendersi tra punti in movimento disegnando nuove rapide figure cosicchè in ogni secondo la città infelice contiene una città felice che nemmeno sa d'esistere".

L'inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n'è uno,è quello che è già qui, l'inferno che abitiamo tutti i giorni,che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l'inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno, e farlo durare,e dargli spazio.
Italo Calvino - Le città invisibili
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lunedì 10 ottobre 2011
Auguri ad Andrea Zanzotto
"Scivolavi come lava o braci diffondendoti, favella,
e fondendo te stessa nel tutto
inguaribile del mondo"
e fondendo te stessa nel tutto
inguaribile del mondo"

Andrea Zanzotto (Pieve di Soligo, Treviso, 1921) è considerato una delle voci più originali della poesia del secondo Novecento. Ha esordito nel 1951 con Dietro il paesaggio, cui sono seguite numerose raccolte di liriche. Oltre ai testi di poesia, ha pubblicato due volumi di saggi e appunti dedicati ai protagonisti della letteratura di tutti i tempi.
Lunedì 10 ottobre Andrea Zanzotto compirà novant'anni, la festa è pronta, a Pieve di Soligo: il posto della vita e della poesia.
Lunedì 10 ottobre Andrea Zanzotto compirà novant'anni, la festa è pronta, a Pieve di Soligo: il posto della vita e della poesia.
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venerdì 7 ottobre 2011
Verità e Perdono
“Essi si perdonavano a vicenda ciò di cui si vergognavano nel loro passato, si perdonavano tutto nel presente e sentivano che quell’amore li aveva mutati entrambi”( Cechov)
La signora col cagnolino,(un celebre racconto di Cechov -1899), è delicata e sospesa "non storia" d'amore.Il nocciolo della vita di Anna e Gùrov era stato un istante, banale eppure imprevedibile, una porta aperta tutta d’un tratto sulla Rivelazione dell’amore.
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sabato 23 aprile 2011
Diario d’acqua

Pubblicato per la prima volta in Gran Bretagna nel 1999, Diario d’acqua è il primo dei volumi dedicati da Deakin alla propria personalissima interpretazione del “New Nature Writing”. Una forma letteraria che riprende i grandi temi introdotti nel XIX secolo da Henry David Thoreau e Ralph Waldo Emerson e che propone un ritorno alla natura attraverso il recupero delle corrispondenze tra l’uomo e il mondo che lo circonda.
Vicinissimo alla sensibilità dell’ambiente in cui l’autore si muove. Il libro diventa così l'apologia di una flânerie vissuta tra canali, laghi o tratti di costa, con lo sguardo sempre vigile e la bracciata sciolta. Un modo di essere, e di viaggiare, che si trasforma nella metafora di un ritorno all’origine, a quell'acqua che, insegna la fisiologia, è l’elemento principale del nostro corpo.
Scomparso nel 2006, ha rappresentato una delle voci più originali della letteratura inglese degli ultimi decenni. Scrittore, regista, autore di leggendari programmi radiofonici per la BBC, dopo un’iniziale carriera nel mondo della pubblicità, alla fine degli anni Settanta acquista una antica casa rurale nel Suffolk, Walnut Tree, e vi si trasferisce per dedicarsi unicamente alla scrittura e allo studio del territorio e del paesaggio. Nel 1992 fonda l’associazione ambientalista Common Ground. Nel 1999 pubblica Diario d’acqua, che grazie al passaparola fra i lettori diventa subito un best seller e stabilisce un nuovo standard nella scrittura dedicata al mondo della natura.
"Diario d’acqua " di Roger Deakin , Edt Torino

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lunedì 7 febbraio 2011
La morte felice
La morte felice
“ Procuratevi una bottiglia si Saint-Emilion millesimato, spogliatevi di tutti i pregiudizi (letteralmente: toglietevi di dosso tutti i vestiti) e restate cosi, nudi come siete nati e come morirete, sotto il sole zenitale di una torrida estate. Il piacere formicolerà su tutta la vostra pelle indifesa, una sensazione indistinguibile di gioia e dolore vi inghiottirà.
Ecco, siete diventati Patrice Mersault, siete a un passo da una morte felice.”
Flavio Santi
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