lunedì 23 gennaio 2012

Felicità respirabile

illustrazione Josephine Wall


Non c'investì come un vento gagliardo, non incendiò roveti,
non ci costrinse a volgere altrove lo sguardo
tremanti di sgomento, sopra una terra sacra.
Fu una brezza dolcissima, appena percettibile
in un trasalimento di foglie e nell'assenso dell'erba.
carezza sui capelli e farfalla di luce
posata a un tratto su una crespa d'acqua.
E noi la conoscemmo dalla pace
che ci avvolse profonda-come di agnelli al meriggio,
quando null'altro conta fuorché il solare senso di esistere.
Non fu la mente, infatti, ma il nostro corpo stesso che per primo l'accolse
in larghi sorrisi di vita: felicità respirabile.
Margherita Guidacci

domenica 22 gennaio 2012

Storie

Melitòn Rivera Espinosa


Il fuoco

"Sei persone, colte dal caso nel buio di una gelida nottata, su un'isola deserta, si ritrovarono ciascuna con un pezzo di legno in mano. Non c'era altra legna nell'isola persa nelle brume del mare del Nord.

Al centro un piccolo fuoco moriva lentamente per mancanza di combustibile. Il freddo si faceva sempre più insopportabile.

La prima persona era una donna, ma un guizzo della fiamma illuminò il volto di un immigrato dalla pelle scura. La donna se ne accorse. Strinse il pugno intorno al suo pezzo di legno. Perché consumare il suo legno per scaldare uno scansafatiche venuto a rubare pane e lavoro? L'uomo che stava al suo fianco vide uno che non era del suo partito. Mai e poi mai avrebbe sprecato il suo bel pezzo di legno per un avversario politico.

La terza persona era vestita malamente e si avvolse ancora di più nel giaccone bisunto, nascondendo il suo pezzo di legno. Il suo vicino era certamente ricco. Perché doveva usare il suo ramo per un ozioso riccone?

Il ricco sedeva pensando ai suoi beni, alle due ville, alle quattro automobili e al sostanzioso conto in banca. Le batterie del suo telefonino erano scariche, doveva conservare il suo pezzo di legno a tutti i costi e non consumarlo per quei pigri e inetti.

Il volto scuro dell'immigrato era una smorfia di vendetta nella fievole luce del fuoco ormai spento. Stringeva forte il pugno intorno al suo pezzo di legno. Sapeva bene che tutti quei bianchi lo disprezzavano. Non avrebbe mai messo il suo pezzo di legno nelle braci del fuoco. Era arrivato il momento della vendetta. L'ultimo membro di quel mesto gruppetto era un tipo gretto e diffidente. Non faceva nulla se non per profitto. Dare soltanto a chi dà, era il suo motto preferito. Me lo devono pagare caro questo pezzo di legno, pensava. Li trovarono così, con i pezzi di legno stretti nei pugni, immobili nella morte per assideramento. Non erano morti per il freddo di fuori, erano morti per il freddo di dentro."

Bruno Ferrero

Marian kolodziej- L'uomo che sfidò l'inferno



Sopravissuto ad un ictus Marian kolodziej, artista polacco ed ex deportato, rompe un silenzio durato cinquantanni per creare un'opera che è un inedito spaccato di Auschwitz visto da dentro. Un'opera accolta dai frati minori conventuali polacchi, nel centro sorto vicino al lager.
Il titolo della mostra è : Labirinti un'opera mastodontica , un installazione -mostra . Il disegno , rigorosamente in bianco e nero è un insieme di migliaia di piccolit tratti precisi , un' esplosione di numeri e facce, senza tempo,senza speranza e senza colore. Il dolore è incontenibile è Auschwitz


All'ingresso del Labirinto Marian scrive:
"Questa non è una mostra, né l'arte. Queste non sono immagini. Sono parole bloccate nei disegni ... propongo un viaggio attraverso questo labirinto segnato dall'esperienza del tessuto della morte ... E 'la mia mancanza di accordo per il mondo di oggi ... e 'una lettera di un vecchio a se stesso 55 anni prima e una resa d'onore a tutti coloro che sono scomparsi in cenere ".


Il deportato Nr. 432: Marian Kolodziej, l'ultimo dei primi
Nasce il 6 dicembre 1921 a Raszkov in Polonia.
Arrestato per motivi politici dopo l'occupazione nazista, viene trasferito nel Lager di Oswiecim (Auschwitz 1) con il primo gruppo di deportati. È il 14 giugno 1940.
Il 29 luglio 1941 è presente all'appello durante il quale il deportato 16.670 (Padre Massimiliano Kolbe) dà la sua vita per salvare quella di un altro deportato.
Prima della fine del 1944, per l'evacuazione forzata del Lager di Auschwitz 1, viene trasferito prima a Gross-Rosen, poi a Buchenwald, a Dora, a Sachsenhausen ed infine a Mauthausen.
Qui viene liberato dall'esercito americano il 6 maggio 1945: Marian pesava allora 36 chili.
Nel 1950 completa gli studi all'Accademia di Belle Arti e lavora come scenografo fino al 1991. E' autore dell'altare eretto a Danzica in occasione di uno dei pellegrinaggi di Giovanni Paolo II in Polonia.
Colpito da una gravissima malattia nel 1993, per riabilitare la mano, inizia a creare The Labyrinths; fino a quel momento non aveva mai raccontato la sua deportazione.
E' scomparso a Danzica il 14 ottobre 2009.